Royal 225 a Borgo Mezzanone, l’inchiesta di Diawara: “Non è consumo spontaneo, dietro al farmaco rete esterna”

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Dopo l'intervista pubblicata da l'Attacco e le dichiarazioni di Soumaila Diawara sul presunto utilizzo del farmaco Royal 225 tra i braccianti di Borgo Mezzanone, il caso ha iniziato a produrre effetti anche in provincia di Foggia. Esponenti politici hanno annunciato iniziative istituzionali, alcune testate hanno ripreso la vicenda e diverse emittenti televisive hanno acceso i riflettori sulle accuse formulate dall'attivista e scrittore maliano. Nel dibattito che si è sviluppato negli ultimi giorni, tuttavia, emerge un elemento che merita di essere precisato. Alcune ricostruzioni pubblicate successivamente sembrano infatti suggerire l'immagine di lavoratori che si procurano autonomamente la sostanza per affrontare la fatica dei campi. Una lettura che, almeno secondo quanto sostenuto da Diawara nella sua inchiesta, non corrisponde al quadro delineato durante mesi di osservazione e raccolta di testimonianze. La tesi avanzata dall'autore è infatti un'altra. Secondo il suo racconto, il Royal 225 non sarebbe una sostanza introdotta nel ghetto dai braccianti stessi, ma arriverebbe dall'esterno attraverso una rete di distribuzione che coinvolgerebbe soggetti italiani legati al contesto economico locale. Un passaggio fondamentale perché modifica radicalmente la prospettiva con cui leggere la vicenda. Nella ricostruzione di Diawara il farmaco non rappresenta un semplice fenomeno di consumo individuale, ma uno strumento funzionale a un sistema di sfruttamento. L'obiettivo non sarebbe quello di soddisfare una domanda spontanea proveniente dai lavoratori, bensì quello di alimentare condizioni che consentano di sostenere ritmi di lavoro estremi, riducendo la percezione della fatica e aumentando la resistenza fisica.

Nel testo diffuso dall'attivista si parla di uomini progressivamente svuotati, anestetizzati e trasformati in corpi che continuano a muoversi mentre viene loro sottratta la piena coscienza. L'attivista sostiene di avere trascorso diversi giorni all'interno dell'insediamento informale, di avere raccolto testimonianze dirette e di avere acquisito un campione del prodotto successivamente sottoposto ad analisi indipendenti. Da quelle verifiche, riferisce, sarebbero emersi effetti compatibili con un'alterazione dello stato di vigilanza e con un aumento della vulnerabilità dei soggetti che ne fanno uso, soprattutto se associato all'alcol. Nella sua denuncia sostiene che il farmaco verrebbe utilizzato come strumento di controllo e di sfruttamento all'interno del sistema del caporalato.

Sul piano farmacologico il Royal 225 viene generalmente associato al tramadolo ad alto dosaggio, un oppioide utilizzato come antidolorifico in diversi Paesi del mondo. Non si tratta quindi di una sostanza stimolante paragonabile alle anfetamine. La sua azione consiste piuttosto nella riduzione della percezione del dolore e della stanchezza. Proprio per questo motivo il farmaco è stato più volte al centro di inchieste internazionali relative al suo utilizzo da parte di lavoratori impegnati in attività particolarmente gravose.

È su questo punto che si concentra oggi la questione sollevata da Diawara. Se le sue accuse dovessero trovare conferme investigative, il problema non riguarderebbe soltanto la presenza del farmaco all'interno del ghetto. Riguarderebbe soprattutto le modalità attraverso cui la sostanza arriverebbe a destinazione e gli eventuali interessi economici che potrebbero ruotare attorno alla sua diffusione.

Le domande restano aperte. Chi introduce il prodotto nel circuito illegale? Attraverso quali canali arriva fino agli insediamenti dei braccianti? Chi trae vantaggio dalla sua circolazione? Sono interrogativi che chiamano in causa non soltanto le condizioni di vita all'interno del ghetto, ma l'intera filiera dello sfruttamento agricolo. Per questo motivo il tema sollevato dall'inchiesta non può essere ridotto a un problema di consumo tra lavoratori migranti.

La questione centrale, almeno nella denuncia avanzata da Diawara, riguarda l'esistenza di un meccanismo che partirebbe dall'esterno e che troverebbe nel ghetto il proprio terminale finale. È lo stesso autore a sostenere che non è una scelta libera, ma una conseguenza del sistema. È su questo passaggio che si concentrano oggi le richieste di approfondimento e le sollecitazioni rivolte alle istituzioni competenti. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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