Da rotte internazionali a baracche di Capitanata: planetario business dell’oppioide Royal 225 che può uccidere

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Nel febbraio 2025 un’inchiesta sotto copertura della BBC riprese a Mumbai un dirigente di una casa farmaceutica mentre ammetteva che la compressa uscita dai suoi impianti nuoceva gravemente alla salute di chi la assumeva, e che si trattava, ormai, di “business”. Non è un farmaco scadente o contraffatto, la categoria sotto cui di solito si archivia il problema: è una combinazione deliberata di tapentadolo, oppioide di sintesi, e carisoprodol, rilassante muscolare, che nessuno Stato al mondo autorizza e che nessuna sperimentazione clinica ha mai validato. Viaggia verso l’Africa occidentale sotto più marche, tra cui Tafrodol e Super Royal-225. La pericolosità si legge nei dati clinici. 

Il business
Lekhansh Shukla, ricercatore del NIMHANS di Bengaluru, spiegò alla BBC che il tapentadolo produce gli effetti di un oppioide fino a un sonno tanto profondo da arrestare il respiro, e che da quel sonno all’overdose la distanza è minima: una combinazione priva di qualunque razionalità terapeutica. Lo Stato indiano intervenne. Tra il 21 e il 22 febbraio 2025 un audit congiunto dell’autorità regolatoria nazionale, la CDSCO, e di quella del Maharashtra si concluse con un ordine di sospensione delle attività e con il sequestro di circa 13 milioni di compresse e 26 lotti di principi attivi; l’autorità del farmaco ritirò il permesso di produrre ed esportare la combinazione non autorizzata e impose controlli più stretti sui nulla osta all’export. 

La vicenda, però, non si chiuse lì: gli ordini di blocco della produzione contro le imprese coinvolte furono poi annullati dall’Alta Corte di Bombay per violazione del diritto al contraddittorio, e quelle imprese respinsero ogni addebito. Resta agli atti che la combinazione esisteva, era prodotta su scala industriale e veniva esportata. La direzione di quella filiera è l’Africa occidentale. 

Un’indagine di Bellingcat e della testata indiana Newslaundry, pubblicata nell’aprile 2026 sui dati doganali, documenta più di 320 milioni di compresse di tapentadolo esportate dall’India verso quella regione tra il gennaio 2023 e il dicembre 2025: oltre 1.400 spedizioni per quasi 130 milioni di dollari, in gran parte a dosaggi che neppure l’India autorizza. Lo spostamento dal tramadolo al tapentadolo ha una logica: dopo che nel 2018 l’India classificò il tramadolo come sostanza psicotropa, le reti trasferirono i volumi sul tapentadolo, meno controllato sul piano internazionale.

Il nome Royal-225 precede questa storia e copre sostanze distinte. 
Il 28 luglio 2024 la dogana indiana di Mundra sequestrò circa 6,8 milioni di compresse di tramadolo da 225 milligrammi, dichiarate come antinfiammatori e dirette in Sierra Leone e Niger, marcate Tramaking 225 e Royal-225, prive di qualsiasi indicazione del produttore: qui Royal-225 è tramadolo puro. Su quelle rotte il tramadolo si è guadagnato il soprannome di fighter drug. In Ghana, dove per strada è chiamato Red, l’agenzia nazionale di controllo registra un aumento costante dei sequestri, oltre 3,7 milioni di compresse da 250 milligrammi in gran parte di origine indiana, e l’autorità ghanese del farmaco dichiara di non aver mai autorizzato il tapentadolo; all’aeroporto di Lagos la dogana nigeriana intercetta carichi analoghi, poi consegnati all’agenzia antidroga. La scala non è aneddotica. Tra il 2019 e il 2023 l’Africa ha assorbito il 57% del quantitativo mondiale di oppioidi farmaceutici sequestrati, e negli ultimi cinque anni il 90% dei sequestri mondiali di tramadolo: sono dati dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine. Un continente è diventato il terminale di una sovrapproduzione farmaceutica asiatica. Da lì la rotta prosegue verso l’Europa lungo le vie di chi migra e dove quei lavoratori approdano la sostanza incontra una domanda. 

Borgo Mezzanone
Che una di queste sostanze circoli oggi nel ghetto di Borgo Mezzanone è, per ora, una denuncia, sollevata dallo scrittore e attivista maliano Soumaila Diawara. Ciò che vi circolerebbe non è stato identificato da un’analisi pubblica e per questo non si può sovrapporre senza prove al combinato indiano appena descritto. Una droga si definisce di solito per ciò che toglie: lucidità, controllo, contatto con il reale. Questa si definisce per ciò che pretende di aggiungere. È una sostanza del lavoro, presa per stare in piedi più a lungo di quanto il corpo consenta. Quel soprannome nasce da qui: serve a restare svegli, a non sentire, a spingersi oltre.

Il meccanismo smentisce la promessa. Tramadolo e tapentadolo sono oppioidi, deprimono il sistema nervoso centrale e l’energia che il consumatore crede di guadagnare è la soppressione dei segnali, fatica, dolore, sonno, con cui il corpo dichiara di aver raggiunto il limite. Spento l’allarme, il limite non sparisce: si supera senza accorgersene. Quella che si vende come spinta è un sedativo e per questo, nel caso del tapentadolo, la distanza dal sonno profondo all’arresto del respiro è tanto breve. L’uso della sostanza come carburante è un fatto osservato, non un’ipotesi. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine lo documenta dal 2019 tra autisti, braccianti e lavoratori manuali dell’Africa occidentale; altri rapporti descrivono migranti che ricorrono al tramadolo per reggere le tratte del Sahara o per moltiplicare le ore di lavoro in attesa del passaggio verso l’Europa. La sostanza, lungo la rotta, fa sempre la stessa cosa: trasforma il corpo del lavoratore in una macchina che ignora il proprio esaurimento. 

In Nigeria è diventata una crisi sanitaria: sulla rivista medica The Lancet, nel 2024, si descrisse un abuso di oppioidi pervasivo e in crescita, con farmaci come tramadolo e codeina venduti senza ricetta e, tra le conseguenze, la depressione respiratoria e le morti per overdose. Conviene distinguere ciò che è documentato da ciò che non lo è. La rotta indiana, la composizione del combinato, la sua circolazione in Africa occidentale sono accertate. La composizione di ciò che circola a Borgo Mezzanone no. Diawara riferisce di aver acquistato un campione e di averlo fatto analizzare da medici, che ne avrebbero confermato la pericolosità, aggravata dall’uso con l’alcol; ma quel referto non è pubblico, e lui stesso parla di un Royal 225 a base di tramadolo. Non si può quindi stabilire se nell’insediamento giri il combinato di tapentadolo e carisoprodol o tramadolo da 225 milligrammi, né a quale dosaggio. Resta una denuncia circostanziata, e una famiglia di sostanze che lungo tutta la rotta ha una funzione costante e un esito noto.

Nell’economia del caporalato il corpo del bracciante ha un prezzo, e quel prezzo si misura a giornata. Da quel corpo si estrae una quantità di lavoro che incontra un limite fisiologico: la fatica, il dolore, il sonno, il rifiuto. Una sostanza che spegne quei segnali sposta il limite più in là, e fa rendere lo stesso corpo, nello stesso giorno, qualcosa in più. La droga non crea lo sfruttamento. Lo trova già pronto e lo rende più efficiente. Va detto in che senso questa diffusione è razionale. Lo è nel senso ristretto che l’effetto della sostanza coincide con l’interesse di chi compra lavoro al di fuori delle regole, disposto a comprimere i diritti del lavoratore: il farmaco e quel bisogno puntano nella stessa direzione. Non lo è nel senso, che nessun documento sostiene, di un piano concepito a quello scopo. La coincidenza tra effetto chimico e convenienza spiega perché un terreno simile sia ricettivo; non basta a stabilire un’intenzione. La sostanza è la firma chimica di una funzione che il ghetto svolgeva già senza di lei.Suolo e seme vanno tenuti distinti. Il suolo è la condizione che precede la sostanza: un insediamento che produce corpi a basso costo, invisibili, intercambiabili. Il seme è il flusso farmaceutico globale. Un seme attecchisce solo dove il terreno lo accoglie e qui il terreno era pronto da vent’anni.

Perchè in Capitanata
Quel terreno ha un’anagrafe precisa. La baraccopoli sorge sul sedime di un ex aeroporto militare, chiuso al volo negli anni Settanta e convertito nel 2005 in un centro per richiedenti asilo; attorno al perimetro recintato è cresciuto l’insediamento informale. Vi vivono in via continuativa circa millecinquecento persone, che diventano fino a cinquemila nel picco della raccolta del pomodoro, secondo le ricerche condotte sul posto e la cronaca. Molte sono prive di un permesso di soggiorno valido, ed è la prima ragione della loro invisibilità: senza documenti non si accede alle cure né si denuncia un sopruso, e per le statistiche quei corpi quasi non esistono. È la popolazione su cui una sostanza del lavoro incontra meno resistenze, perché chi la assume ha poco da opporre a chi gliela offre.

Niente di tutto questo è nuovo nel Tavoliere. Lo sfruttamento del bracciante è la forma storica del lavoro agricolo in questa pianura. A Cerignola, nel maggio del 1904, la cavalleria caricò seimila scioperanti che chiedevano il rispetto delle tariffe salariali concordate: l’eccidio lasciò sul terreno alcuni braccianti e decine di feriti. Da quelle leghe contadine venne Giuseppe Di Vittorio, bracciante di Cerignola fin dai dieci anni, poi capolega e infine fondatore della maggiore confederazione sindacale del Paese; e mentre nel Nord Giolitti tollerava l’organizzazione operaia, nel Sud ordinava ai prefetti di impedirla con ogni mezzo. 

Oggi la rete delle tutele giuridiche e sindacali è incomparabilmente più fitta di allora, eppure non raggiunge il bracciante della Pista: non solo per inerzia di chi dovrebbe tutelarlo, ma perché la sua irregolarità lo colloca in partenza fuori dal perimetro, senza contratto, senza voce per denunciare, fuori persino dalle statistiche. E dove un secolo fa la protesta si spegneva sotto la carica della cavalleria, oggi è un sedativo a tenere il corpo al lavoro: la sostanza è l’aggiornamento chimico di un dispositivo antico.

La cornice spiega perché proprio qui. Il Tavoliere è uno dei grandi bacini orticoli del Paese, con una domanda di manodopera stagionale altissima, concentrata sul pomodoro. Dove quella domanda è così alta, il caporalato non è un’anomalia, è un’infrastruttura. Il Rapporto Agromafie 2025 di Coldiretti ed Eurispes colloca tra le presenze criminali del territorio le “mafie foggiane” e che su quell’infrastruttura pesi la criminalità organizzata è documentato da tempo in sede investigativa e giudiziaria. Resta una domanda che la sostanza, da sola, non spiega. Se il suolo è così fertile, perché il ghetto è ancora lì, dopo vent’anni e dopo i fondi stanziati per smontarlo?

La denuncia 
A sollevare il caso è stato Soumaila Diawara, scrittore e attivista maliano, in un’intervista rilasciata a questa testata e in uno scritto sulla rivista transform! italia. Racconta una forma contemporanea di schiavitù: lavoratori spinti oltre il limite da una sostanza che li riduce, sono parole sue, ad automi. Dice di essersi procurato un campione e di averlo fatto analizzare; il responso, che riferisce lui, descrive un farmaco che annebbia la lucidità e crea dipendenza, tanto più pericoloso se preso con l’alcol. È la sua testimonianza e lui per primo se ne fa carico; il referto, però, non è pubblico. I nomi non li fa, se non indicando “degli italiani”. Che il ghetto sia da anni in mano a caporali e a mafie, locali e straniere, è documentato. Che da quei circuiti passi proprio questa sostanza, invece, resta da provare.

Sul piano pubblico la denuncia ha già raccolto reazioni politiche e l’annuncio di un’interrogazione parlamentare. Da qui in avanti la questione non riguarda più chi ha parlato, ma le istituzioni che da anni hanno il dovere, e i mezzi, di intervenire. Il superamento dell’insediamento è competenza di più enti da tre anni, e da tre anni non è la priorità effettiva di nessuno di essi, di nessun colore: un fascicolo che resta aperto perché non viene chiuso. Le leve per chiuderla stanno a un livello preciso: la regolarizzazione di chi non ha documenti, materia parlamentare, e le politiche su salute, lavoro e accoglienza, di competenza regionale. A quel livello, i parlamentari e i consiglieri regionali della Capitanata, spetta l’intervento che questa condizione rende non più rinviabile.

I fondi PNRR per il superamento ghetti
Il nodo incontestabile è amministrativo. I fondi per sanare c’erano: 54 milioni stanziati nel 2022 per il superamento dell’insediamento di Borgo Mezzanone, in territorio di Manfredonia, porzione dei circa 114 destinati all’intera Capitanata. Nessuno dei due è stato speso. Tra livelli istituzionali sovrapposti, progetti troppo ambiziosi per la capacità amministrativa dei Comuni e scadenze europee fissate tra giugno e agosto 2026, la struttura commissariale ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di realizzarli nei tempi e rimodularli al ribasso. I soldi non sono mancati. è mancata la capacità di spenderli. È avanzato davvero un solo intervento, su un’altra linea di finanziamento e su un’altra area: il recupero dell’ex centro di accoglienza, 324 posti letto a fronte di un insediamento che ne conta migliaia.

In questo scarto la sostanza trova il suo posto. Un insediamento pensato per durare una stagione e durato vent’anni, è un terreno che non smette di essere fertile. I fondi per cancellarlo sono rimasti sulla carta; il corpo del bracciante è rimasto a basso costo, invisibile, logorato da ritmi che ne consumano la salute prima dell’età. Una sostanza che massimizza l’estrazione da quel corpo, in un luogo simile, non incontra argini. La rotta farmaceutica globale ha trovato una porta aperta da due decenni, che le istituzioni avevano gli strumenti e i soldi per chiudere.

La continuità con il 1904 sta tutta nella struttura che compra lavoro sotto costo. I protagonisti, invece, sono cambiati: il giornaliero di Cerignola era un cittadino, aveva una lega e una voce con cui rifiutare; il bracciante senza documenti è definito dall’assenza stessa di diritti. La sostanza si inserisce qui, dove il corpo non ha più voce per dire di no. Quello che un tempo si otteneva con la repressione aperta, oggi lo ottiene una compressa. E tutto questo pesa ben oltre chi ci vive dentro: è un buco nero nell’economia della provincia, invisibile eppure capace di deformare ciò che gli sta intorno, i salari, la legalità, la salute pubblica, il nome stesso della Capitanata. 

La domanda non è se quei 54 milioni torneranno spendibili. È quanti raccolti ancora passeranno prima che mantenere tutto questo smetta di convenire a qualcuno.
(Francesco Salvemini - l’Attacco)

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