Ci eravamo lasciati su queste colonne con le tre tonnellate di guano rimosse dalla torretta di Palazzo Celestini e con il finanziamento di 1,3 milioni di euro, nell’ambito del programma “Strategia Urbana Territoriale” del polo Foggia-San Severo-Ordona, destinato al rifacimento del tetto, alla bonifica e all’igienizzazione del sottotetto, alla sistemazione dell’orologio e al restauro della facciata. A distanza di tre settimane, l’Attacco torna a occuparsi di edifici storici e finanziamenti a San Severo. In questo caso, il sito in questione è il complesso dell’ex convento di San Francesco, che comprende il Museo dell’Alto Tavoliere e l’omonima chiesa. Vale la pena ripercorrere alcuni cenni storici di un edificio che rappresenta una delle testimonianze più significative del patrimonio monumentale cittadino e che, ormai da molti anni, è chiuso a causa della sua inagibilità. Le origini della chiesa e dell’annesso complesso monastico sono molto antiche. Secondo la tradizione, la chiesa sarebbe stata fondata da San Francesco d’Assisi quando, durante il suo pellegrinaggio alla grotta di San Michele Arcangelo, fece sosta a San Severo. Secondo alcuni studiosi locali, le origini sarebbero da far risalire al 1270, altri ritengono invece più probabile l’inizio del XIV secolo. Notizie relative al convento e alla chiesa si ricavano dalla cronaca del terremoto del 1627, stilata dal Lucchino. L’autore fornisce una descrizione del complesso monastico e degli ingenti danni subiti a seguito del sisma. Il primo cinquantennio del XVII secolo fu caratterizzato da innumerevoli calamità (terremoti, carestie e rivolte) che portarono all’indebolimento di alcune comunità monastiche e alla loro conseguente soppressione, a seguito dell’inchiesta di Papa Innocenzo X del 1652. Tali eventi favorirono il consolidamento economico e politico dei già potenti ordini monastici sopravvissuti all’inchiesta papale, tra i quali figurava proprio l’ordine dei Conventuali di San Francesco. Nell’opera di ricostruzione successiva al sisma del 1627, si procedette ad ampliare notevolmente il complesso monastico, che finì per gravitare “in una zona, compresa tra il Giro Interno e le mura, provvista di fosse granarie e favorita nei suoi traffici con l’esterno dallo sbocco di Largo Castello”, arrivando a controllare anche l’area della Parrocchia di San Giovanni Battista. Il complesso “si inoltrava anche nel Borgo Casale che fronteggiava il Monastero di San Lorenzo; contemporaneamente inglobava un tratto dell’area delle mura, ponendosi a guisa di baluardo a guardia della città nei pressi della gran porta. Il largo antistante con la sua articolazione contribuiva a favorire il dominio del complesso sul Borghetto Cicorielle e la sua visibilità all’imbocco delle stradine che lo collegavano alla prestigiosa chiesa parrocchiale di San Giovanni”.
L’opera di ricostruzione si concluse nel 1655. Un’ulteriore fase di restauri si ebbe tra il 1728 e il 1746. La chiesa subì poi radicali interventi nell’Ottocento e nel ’900, perdendo in gran parte quelle caratteristiche barocche che, ancora oggi, sono invece visibili nell’edificio monastico.
Dal 1799 al 1806 una parte del convento fu adibita a caserma dai soldati francesi. Dopo la soppressione del 1809, il monastero fu adibito, per un breve periodo, a sede del Municipio. Nel 1810 venne trasformato in orfanotrofio, trasferendovi le 18 ragazze ospitate fino a quel momento presso l’ospedale annesso alla Chiesa di Sant’Antonio Abate. Tra il 1865 e il 1866, all’orfanotrofio si aggiunsero una scuola elementare e una scuola di lavoro per signorine.
Negli anni successivi, grazie alle generose donazioni di illustri e facoltosi cittadini sanseveresi, furono chiuse a vetri le arcate del chiostro, rifatti i pavimenti dei porticati dello stesso chiostro e ripristinato il giardino. Lo scalone monumentale fu chiuso con una porta di ferro e vetri, mentre il portale d’ingresso venne dotato di un nuovo portone di legno massiccio.
Alla metà degli anni ’30 erano numerose le attività benefiche che si svolgevano all’interno del complesso, non solo a favore delle 80 orfanelle ospitate, ma anche dei poveri e della maternità. Vi era inoltre un asilo d’infanzia a pagamento. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu utilizzato anche come Distretto Militare.
Tutte queste attività cessarono negli anni ’80 e la struttura rimase inutilizzata fino a quando l’Amministrazione comunale vi trasferì la Biblioteca e realizzò ex novo il Museo, destinato ad accogliere reperti archeologici di epoca paleolitica, neolitica, daunia, greca e romana, tutti provenienti da San Severo e dal territorio circostante.
Arriviamo ai giorni nostri. Nel 2018 era stato annunciato un finanziamento del MIBACT di 800 mila euro per la messa in sicurezza del complesso. Nel dettaglio, 500 mila euro erano stati destinati al MAT e 300 mila euro alla chiesa, per interventi di verifica del rischio sismico, riduzione delle vulnerabilità e restauro. Grande soddisfazione era stata espressa dal già Sindaco Francesco Miglio, dall’allora assessora alla Cultura Celeste Iacovino e dalla presidente dell’IPAB Istituto Educativo Assistenziale “San Francesco” – Asilo Infantile “Matteo Trotta”, proprietaria del complesso, Giuseppina Bova.
Fonti interne spiegano, però, che quel finanziamento non si sarebbe mai tradotto in un intervento concreto e che la Soprintendenza di Foggia, responsabile della gestione e della realizzazione dei lavori, ritenendo insufficiente l’importo stanziato, avrebbe destinato altrove quelle risorse. l’Attacco ha provato a verificare l’indiscrezione direttamente con il funzionario amministrativo della Soprintendenza di Foggia, che però al momento risultava assente.
“Dal luglio 2018 non avevo più la delega al museo e non l’ho più avuta fino a fine mandato. Per cui non ho seguito più il museo e tutte le pertinenze”, ha spiegato a l’Attacco Celeste Iacovino. “Però ricordo bene che il Ministero aveva decretato questo finanziamento e che destinatari della realizzazione degli interventi erano le Soprintendenze”, ha aggiunto. “Non ho mai saputo di nessun intervento. Anche perché, se ci fosse stato qualcosa, ci sarebbero state transenne, impalcature, insomma l’inizio dei lavori, che comunque vanno comunicati al Comune. Qualcosa noi avremmo dovuto vedere. Invece, mi sembra che non sia stato fatto nulla”.
A rendere ancora più preoccupante il quadro sono le condizioni strutturali della chiesa. Un’altra fonte vicina a l’Attacco riferisce che sarebbero particolarmente gravi, al punto che il tetto sarebbe addirittura crollato. La trascuratezza, la stessa che ha consentito di accumulare tre tonnellate di guano sulla torretta di Palazzo Celestini, avrebbe dunque contribuito a portare l’edificio in una situazione di forte criticità. Va ricordato, però, che il Comune non poteva intervenire direttamente, essendo il semplice utilizzatore dell’immobile. I conduttori, infatti, possono effettuare esclusivamente interventi di manutenzione ordinaria, mentre in questo caso si parla di opere strutturali e di messa in sicurezza che competono alla proprietà.
Per questo l’Attacco ha provato a contattare anche Giuseppina Bova. Al momento fuori città, la presidente dell’IPAB ha definito la vicenda “la mia nota dolente”, promettendo un appuntamento per fare chiarezza, anche attraverso l’esame della documentazione in suo possesso.
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