“Da decenni Manfredonia convive con il peso dei danni ambientali del petrolchimico Anic/Enichem, e ogni 26 settembre si rinnova il doveroso ricordo di Nicola Lovecchio. Eppure, troppo spesso, i fatti drammatici di quel periodo rischiano di essere edulcorati, edulcorati o pericolosamente travisati. Nel Museo storico dei Pompieri e della Croce Rossa Italiana di Manfredonia - il pensiero di Michele Guerra che ne è il fondatore - è stato allestito un padiglione interamente dedicato ai vigili del fuoco di quello stabilimento dove in qualità di Capo Turno sono stato protagonista dei più tragici eventi che hanno caratterizzato le contraddittorie vicende del petrolchimico”.

“Uno spazio prezioso che però non dovrebbe ridursi a mera esposizione museale, ma trasformarsi nel Luogo della Memoria per eccellenza. È qui che bisogna celebrare e raccontare la verità di quei giorni tragici, dando spazio alle testimonianze dirette e inequivocabili di chi ha vissuto le emergenza in prima linea, come il sottoscritto”.

“Solo attraverso la voce di chi c’era in quei tragici giorni e la custodia rigorosa dei fatti reali è possibile impedire distorsioni storiche, tramandando alle future generazioni una coscienza autentica, radicata nella giustizia e nella verità”.

Tommaso Rinaldi ha deciso di proporre l’intitolazione di una pinetina – un piccolo spazio verde urbano, vivo, radicato – a Nicola Lovecchio. La sua proposta arriva mentre Manfredonia si avvicina a una ricorrenza che continua a pesare come un macigno: il cinquantesimo anniversario dello scoppio della colonna d’arsenico dell’impianto ANIC/Enichem - avvenuto il 26 settembre 1976 -, che è una delle tragedie industriali più gravi della storia italiana. “Cinquant’anni dalla più grave tragedia vissuta da Manfredonia, dopo il sacco dei Turchi del 1620. Eppure, dopo mezzo secolo, di quella tragedia nella toponomastica cittadina resta che uno slargo chiamato ‘Piazzetta 26 settembre 1976’. Ma quanti manfredoniani sanno realmente dove si trovi? Quanti giovani conoscono quella data?”, le domande che si è posto Rinaldi. La piazzetta esiste dal 2016 – voluta dall’Amministrazione di Angelo Riccardi -, ma è come se non avesse mai trovato un ruolo nella narrazione pubblica della città perché non restituisce la portata di ciò che accadde. E questo silenzio, secondo Rinaldi, è una forma di rimozione collettiva che Manfredonia non può più permettersi. Tornando a quel 26 settembre 1976, alle 9.50 del mattino, nello stabilimento ANIC – poi Enichem – esplose la colonna di lavaggio dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca. La nube tossica investì il quartiere Monticchio e le zone circostanti, disperdendo decine di tonnellate di arsenico. Le ricerche internazionali parlano di 39 tonnellate di arsenico rilasciate nell’atmosfera, con effetti immediati e devastanti: animali morti, persone ricoverate con sintomi di avvelenamento, un’area di circa 15 chilometri quadrati contaminata, una nube tossica che si abbatté sulla città di 50.000 abitanti. Fu chiamata “la Seveso del Sud”. L’azienda negò tutto per quattro giorni, sostenendo che si trattasse di semplice vapore acqueo. Solo quando gli animali cominciarono a morire e i cittadini a presentarsi in ospedale, la verità iniziò a emergere. Nel 1997 l’OMS rilevò un eccesso di mortalità per tumori allo stomaco, alla prostata, alla vescica, alla laringe, alla pleura e un aumento generale di leucemie e patologie dell’apparato genito-urinario, compatibili con l’esposizione all’arsenico. Un nuovo studio pubblicato nel 2024 ha confermato che 116 persone furono ricoverate con sintomi di avvelenamento e che gli operai furono costretti a lavorare nella decontaminazione senza dispositivi di protezione per giorni. Solo sei giorni dopo lo scoppio furono distribuite le prime maschere.

Di fronte alla devastante scia di incendi che sta colpendo la Capitanata e l’intera regione – mandando in fumo dall’inizio dell’anno oltre 8.370 ettari di boschi, macchia mediterranea e pascoli –, il WWF Foggia interviene con forza sul modello di gestione dell’emergenza e sulle recenti dichiarazioni del Presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro.

E’ il caldo torrido ad aver caratterizzato questa lunga estate, eppure non sono mancati neppure episodi di interazioni negative tra turisti e fauna selvatica, come i recenti casi di persone ferite da una tartaruga marina in Puglia che stanno sollevando paure e dubbi sulla fruizione del mare da parte dei bagnanti. “Non ci sono elementi per parlare di allarmi generalizzati: non possiamo parlare di aumento di aggressività della specie né di una escalation di aggressioni da parte di tartarughe marine. Dobbiamo seguire invece questi casi con attenzione e capire perché alcuni individui, in determinate circostanze, abbiano manifestato aggressività, per evitare nuovi incidenti. La convivenza sempre più stretta tra umani e Caretta caretta richiede una nuova attenzione e una gestione più corretta dell’habitat”. È questa, in breve, l’opinione dei tecnici del progetto Life Turtlenest, dedicato alla tutela della tartaruga marina e attivo sulle coste italiane ma anche spagnole e francesi, riguardo i recenti e incresciosi casi di attacco ai bagnanti avvenuti nelle acque di Lesina, in Puglia, da parte proprio di una tartaruga marina.

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