Una potente metafora che lega una perla a un pezzo di cemento. Una metafora da cui è sorta “Vista Mare”, la mostra dell’artista Zoë Pelikan, inaugurata venerdì 31 luglio alla Torre di Porticello e visitabile ogni fine settimana fino al 30 agosto. Il progetto sceglie il linguaggio dell’arte contemporanea per affrontare uno dei temi più delicati del Gargano: la relazione, spesso conflittuale, dello sviluppo turistico con il paesaggio. Pelikan, 30 anni, nata a Vienna ma laureata in scultura all’Accademia di Belle Arti di Napoli, vive e lavora nel capoluogo campano. Il Gargano, però, lo conosce da sempre. La sua famiglia trascorre qui lunghi periodi dell’anno e proprio l’osservazione di questo territorio ha alimentato una ricerca artistica che oggi approda a Vieste grazie alla collaborazione con Collateral Maris e il Polo Culturale Vieste. “Sono da sempre molto legata al Sud e soprattutto al Gargano - esordisce nella sua intervista a l’Attacco -. Negli ultimi anni ho iniziato a interrogarmi sempre di più su quello che sta accadendo qui. Mi interessava portare questo progetto proprio a Vieste, perché vorrei che le persone iniziassero a guardare questi luoghi con uno sguardo più critico e a porsi qualche domanda”. L’intera esposizione ruota attorno al processo naturale con cui nasce una perla. Quando un corpo estraneo entra nel mollusco, quest’ultimo, per sopravvivere, lo ricopre lentamente di madreperla fino a trasformarlo in qualcosa di prezioso. È un meccanismo di difesa che assume un significato simbolico. “Anche sul Promontorio - spiega l’artista - continuiamo a inserire nel tessuto naturale elementi estranei: ferro, cemento, costruzioni. Lo facciamo per trasformare il territorio in una sorta di miniera d’oro, sfruttando il turismo. È una ferita che diventa produttiva”. Nel solco di questa riflessione si arriva all’allestimento nella Torre di Porticello, che vede al piano terra una grande installazione site specific dialoga con lo spazio espositivo, mentre ai piani superiori trovano posto una serie di opere costruite a partire da frammenti di cemento recuperati da edifici abbandonati e da materiali già crollati naturalmente. “Non ho demolito nulla - precisa Pelikan -. Ho raccolto soltanto pezzi già caduti, già destinati a sgretolarsi. Su quei frammenti ho fatto crescere delle perle, quasi fossero organismi viventi”.
Alle sculture si accompagnano lunghi veli di seta semitrasparente, tinti con sfumature che richiamano i tramonti del Gargano. Tutto frutto di un’accurata scelta estetica: “Quella luce dorata è la stessa con cui questo territorio viene raccontato e venduto: il tramonto sul mare, l’estate infinita, la promessa di leggerezza che nutre il turismo. Ma la seta è anche un materiale utilizzato ancora oggi in medicina per suturare le ferite. Qui prova simbolicamente a curare il cemento, anche se resta sempre il rischio che si laceri entrando in contatto con qualcosa che continua a essere tagliente”.
L’opera, dunque, lungi dal limitarsi a denunciare l’abusivismo edilizio, punta piuttosto a interrogarsi sul modello di sviluppo costruito negli ultimi decenni: “Immaginiamo continuamente qualcosa di più grande di noi - osserva - senza essere capaci di rimediare alle conseguenze delle nostre azioni. Sul Gargano esistono tantissimi edifici ormai abbandonati, che hanno perso qualsiasi funzione. Restano lì, immobili, aspettando soltanto di sgretolarsi”.
“Il mollusco riesce a convivere con il corpo estraneo trasformandolo in qualcosa di nuovo. Noi, invece, spesso non siamo capaci di convivere con ciò che produciamo. Lasciamo dietro di noi ferite aperte”. Il pensiero corre inevitabilmente alle tante vicende che negli ultimi anni hanno determinato un consumo del territorio garganico e alle trasformazioni della costa, pur senza voler puntare il dito contro singole situazioni.
“Non volevo realizzare un’opera di denuncia contro qualcuno - chiarisce Pelikan -. Mi interessa aprire una riflessione più ampia su un modo di immaginare il futuro che troppo spesso consuma il paesaggio invece di custodirlo”.
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