La libertà dietro la maschera, essere se stessi. La sfida dietro le apparenze

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Ciascuno si racconcia la maschera che può, la maschera esteriore, perché dentro poi c’è l’altra, che spesso non s’accorda con quella di fuori” (Luigi Pirandello). Chi non ha mai indossato una maschera, anche semplicemente per gioco, soprattutto in questo periodo, a Carnevale, è più facile essere chi non siamo nella realtà, chi vorremmo, forse, realmente essere. In questo periodo è concesso, si va ad una festa in maschera e lo show ha inizio: in scena pagliacci, marchesi, principesse, sirene, supereroi, uomini che si travestono da donne e viceversa. Ci si diverte, ci si sente liberi di esprimersi e mostrarsi senza temere il giudizio altrui. 

Ma cosa succede nella vita reale, siamo davvero noi stessi o come dice Pirandello, lo scrittore siciliano, cambiamo maschera a seconda del contesto in cui siamo? In famiglia siamo in un certo modo, nella società in un altro, al lavoro in un’altra forma ancora. Quale sarà la verità? Siamo tutte queste maschere, o solo una è realmente quella vera e le altre sono tutte pura finzione? Beh, questa è la domanda alla quale dovremmo rispondere per conoscere noi stessi, per non mentire a noi stessi, per sentirci bene.

Essere se stessi significa agire senza filtri, con una giusta dose di follia che ci renderebbe liberi. Fingere di essere chi non siamo non ci fa bene, ci fa soffrire. Quale parte ne soffre di più? Potremmo dire la parte più nascosta, più interna di noi. Potrebbe essere in parte vero, perché qualsiasi tipo di disagio, disfunzione o malattia parte dall’interno, ma nel tempo se non ci ascoltiamo nel profondo, tutto ciò che abbiamo dentro andrà a riversarsi sul nostro corpo. La nostra parte fisica inizierà a bussare, a manifestare qualche disagio e inizieranno i primi fastidi.

Come lo farà? Inizialmente attraverso una riduzione di mobilità, disfunzione fisica, di richiamo che ci dice chiaramente che c’è qualcosa che non va, che una o più zone del nostro corpo iniziano a muoversi meno, a bloccarsi. Di conseguenza meno si muoverà e prima inizieranno a manifestarsi sintomi fisici: inizieremo a sentire dolore. Sia la difficoltà a muoversi che il dolore, ridurranno la nostra qualità di vita, ci priveranno di quella che è la nostra libertà, potremo fare sempre meno quello che ci fa star bene e ci piace.

Saremo tristi e arrabbiati perché impossibilitati a svolgere completamente e in maniera autonoma, efficiente quello che normalmente svolgiamo nella vita di tutti i giorni. Questo avviene perché non c’è una corretta comunicazione tra quello che ci dice la nostra mente e quello che, invece, vuole insegnarci il nostro corpo. Quando la nostra componete fisica bussa, bisogna ascoltarla e interpretare i sintomi, i quali sono ben precisi e ci danno indicazioni ben dettagliate su cosa ci sta accadendo. La medicina clinica cerca di comprendere il problema corporeo cercando di capire il motivo del dolore, ma molto spesso non ci riconduce alla causa scatenante. 

L’osteopatia, invece, va a ricercare l’origine del problema, approccio non molto utilizzato nella medicina convenzionale. Per esempio se ho subito una distorsione di caviglia che non ho mai realmente curato, nel tempo potrei avere per compenso, per un’alterazione posturale consolidata, secondo un adattamento si dice, ascendente, una problematica a livello cervicale.

Il corpo dopo un trauma cerca sempre di autoripararsi (vedi leggi e principi osteopatici di Still) cerca compensi, molto spesso antalgici, per evitare dolore! Se questa disfunzione viene trascurata, potrebbe dare ripercussioni a distanza nel tempo, in una zona lontana da quella inizialmente coinvolta. Un passo adelante, avviene con l’osteopatia somato-emozionale (settore specialistico), perché oltre a cercare l’origine fisica, quindi del soma, va a scoprire la causa emozionale, il punto, la zona dove il trauma emozionale si è andato a fissare secondo una propria eredità e genetica. 

Per esempio una persona che sperimenta molto l’ansia è costantemente proiettata nel futuro. E’ una persona che per una/più situazioni spiacevoli verificatesi nel passato (che ha subito e non ha risolto, non è riuscita a gestire), non riesce a vivere il presente perché mossa dalla paura del fallimento. E’ il classico paziente che somatizza sul diaframma, plesso solare, stomaco ed esofago, si carica di cose da fare. Se la paura è molto marcata potrebbe dare sintomi anche sul sistema urinario. Dunque cosa potremmo imparare da questo? Dovremmo imparare ad essere noi stessi, a capire quando lo siamo realmente, solo così saremo realmente liberi. “Imparerai a tue spese che nella vita incontrerai tante maschere e pochi volti” (Luigi Pirandello).

*Fisioterapista Osteopata

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