Il dado è tratto: che sia Serie D o (nella migliore delle ipotesi) C, al comando restano in tre. Soli soletti. Nel Foggia cambiano gli scenari (probabilissima a questo punto la riammissione, ndr), ma la solfa resta sempre la stessa: l’imprenditoria locale latita e, fatta qualche rara eccezione, non si muove nulla di concreto attorno al club rossonero che faccia pensare ad una inversione di tendenza. Ed anche se c’è chi si agita, volendo far credere il contrario, la realtà era e rimane desolante: al fianco di Gennaro Casillo e Giuseppe ed Antonio De Vitto non si registra alcun appetito particolare, non sarà un caso che ad oggi sul tavolo dei plenipotenziari rossoneri l’unica proposta concreta di ingresso sia stata quella di Roberto Felleca.
Che però sembrerebbe ormai definitivamente out perché inviso ad una parte dell’ambiente. A volerla dire tutta, però, il nodo non è solo economico: è soprattutto di fiducia reciproca tra i vertici societari, imprenditoria locale e ambiente cittadino. Quando una proprietà annuncia urbi et orbi che “gradirebbe maggiore supporto”, ma poi il tessuto imprenditoriale resta prudente, di solito significa che all’appello mancano almeno tre elementi: la chiarezza sul progetto sportivo e finanziario; la percezione di stabilità; il ritorno concreto per chi investe. Il silenzio assordante che è calato subito dopo il salto nel buio in D di un mese fa ha fatto il resto.
La Fondazione La Capitanata per lo Sport, che a monte ha svolto un ruolo fondamentale nella trattativa di cessione del club, dopo una prima fase in cui è risultata particolarmente attiva al fianco dei nuovi soci, è poi progressivamente uscita di scena, svolgendo il semplice ruolo di “moral suasion”. Per rimettersi davvero in gioco servirebbero strumenti operativi quali un tavolo permanente e non episodico, oltre che una cabina di regia stabile che veda interagire fra di loro club, sponsor, professionisti locali e la Fondazione stessa. L’imprenditore medio foggiano tende a “entrare” solo se percepisce dall’esterno una governance chiara, interlocutori affidabili e possibilmente un rischio che sia il più possibile frazionato.
Una sorta di “Azionariato diffuso” o club dei partner, insomma, che consenta al singolo imprenditore di non esporsi troppo. Quote piccole ma numerose, consorzi di sponsor, membership corporate territoriali: così funzionerebbe molto meglio, ed il sostegno diventerebbe sostenibile. Servirebbe al contempo rendere il Foggia un asset territoriale, non solo sportivo: se il club viene percepito come “la squadra della domenica”, gli investimenti restano emotivi e intermittenti. Se viceversa diventa marketing territoriale, eventi, turismo sportivo, settore giovanile integrato con scuole e aziende, allora cambia la logica economica. In piazze calde come Foggia, le ambiguità consumano rapidamente il consenso. Una proprietà come quella attuale che gradirebbe sostegno, dovrebbe probabilmente puntare su obiettivi a 2-3 anni; indicare fabbisogni reali; distinguere chiaramente tra perdite strutturali e investimenti; mostrare come verrebbero usate eventuali nuove risorse. Il tifoso foggiano, inoltre, vuole sentirsi parte della storia del club.
Ma la partecipazione deve essere organizzata attraverso progetti sociali e giovanili. Vista da questa particolare angolazione, La Fondazione potrebbe fungere da “garante reputazionale”. E questo è forse il punto più interessante: se la Fondazione riuscisse a porsi come soggetto terzo, facilitatore, garante di trasparenza e continuità, potrebbe ridurre la diffidenza degli operatori economici locali. Il vero rischio, altrimenti, è il classico stallo: la proprietà cioè aspetta supporto, gli imprenditori aspettano segnali, la Fondazione aspetta aperture ed il club resta così so speso. In piazze come Foggia, spesso il salto avviene solo quando qualcuno costruisce un progetto collettivo credibile, che viene prima ancora dei risultati sportivi.
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