La vicenda dei trasferimenti dalla Fondazione Turati di Vieste al Don Uva di Foggia ha smesso di essere un mero spauracchio affidato alle carte, ma non è ancora diventata un’operazione ordinata. Non si sa ancora quando i pazienti saranno materialmente spostati, con quali modalità, in quali gruppi e soprattutto sulla base di quali valutazioni realmente aggiornate. Il primo elemento nuovo è di natura numerica: dei diciotto ospiti inizialmente destinati al trasferimento, uno non si trova più nella struttura viestana. La famiglia, contraria alla destinazione prevista, avrebbe deciso di dimetterlo e di riportarlo temporaneamente a casa, in attesa di una collocazione diversa. Alla Turati restano dunque diciassette pazienti. Nel frattempo l’Asl avrebbe convocato al Dipartimento di Riabilitazione di Foggia alcune famiglie, cinque o sei secondo quanto riferito dal Direttore Generale della Fondazione, Maurizio De Scalzi. Non tutte si sarebbero presentate e quattro avrebbero accettato il trasferimento al Don Uva, ma senza ricevere alcuna data. “Hanno detto soltanto che il trasferimento ci sarà, ma non quando”, contesta De Scalzi tramite l’Attacco. “Noi non abbiamo avuto nessuna comunicazione formale. Tutto avviene a nostra insaputa, mentre i pazienti sono ancora qui e noi continuiamo a garantire l’assistenza come abbiamo sempre fatto”. Tra i familiari convocati, secondo la ricostruzione della Fondazione, non figurerebbero per ora quelli dei cinque pazienti indicati dalla stessa Turati come i casi più complessi. È un fattore che alimenta un ulteriore interrogativo: se il progetto resta quello di trasferire tutti e diciotto gli ospiti, perché procedere a scaglioni e senza un cronoprogramma condiviso? C’è un ulteriore tassello: il destino dei pazienti si salda con quello dei lavoratori. Il reparto interessato impiega, secondo la Fondazione, tra quindici e venti persone con contratti a tempo indeterminato. Se gli ospiti verranno trasferiti uno alla volta, la Turati rischia di trovarsi con una struttura semivuota, però con la stessa organizzazione da mantenere. Quando l’ultimo paziente sarà andato via, la chiusura del reparto diventerebbe quasi inevitabile e, non essendoci altre sedi vicine nelle quali ricollocare il personale, il rischio occupazionale diventerebbe reale: “Se avessero trasferito tutti insieme avremmo potuto almeno organizzare la chiusura”, lamenta De Scalzi. “Così ci lasciano con il reparto che si svuota lentamente, i costi che restano e il personale senza prospettive. È l’ultimo danno che potevano farci”.